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Come vedete, l'euro sta creando grandi tensioni sociali e internazionali. Quelle tensioni che
la teoria economica, per bocca dei suoi massimi esponenti, aveva puntualmente anticipato.
Mi piace ad esempio ricordare qui il più volte
citato articolo di Martin Feldstein (“EMU and international conflict”, Foreign Affairs, vol. 76, n. 6, novembre/dicembre 1997), laddove dice testualmente: "invece di favorire l’armonia
intra-Europea e la pace globale, è molto più probabile che il passaggio all’unione monetaria e l’integrazione politica che ne conseguirà conduca a un aumento dei conflitti all’interno
dell’Europa" (p. 61), e aggiunge "un aspetto cruciale dell’Unione Europea in generale e di quella monetaria in particolare è che i paesi membri non hanno un modo legittimo di ritirarsi...
L’esperienza americana, con la secessione del Sud, potrebbe offrire qualche lezione sui pericoli di un trattato o di una costituzione che non offre vie di uscita" (p. 72).
Stiamo parlando di un docente di Harvard, con questa produzione scientifica, che ha diretto il National Bureau of Economic Research (altri dettagli li trovate nel post sulla catastrofe annunciata). Astenersi blogger stralunati, questa è scienza, vi
piaccia o no. Se non la capite, rimane tale.
Ciò posto, assistiamo in effetti in questi giorni a una escalation di terrorismo. Attenzione però, non voglio parlarvi del terrorismo al quale forse pensate voi. Sì, come ha dimostrato il mio
maestro Francesco Carlucci nel suo lavoro "Un discorso statistico sulla violenza politica in Italia", Statistica, 50, N.2, 1990, esiste, come è anche facile immaginare, un legame statistico ben
preciso fra la violenza politica, il terrorismo, e le fasi del ciclo economico. La gente diventa violenta quando sta male, e forse lo diventa ancora di più se capisce di essere anche stata presa
in giro. Un fenomeno che esiste, che i dati rivelano, e che condanniamo incondizionatamente.
Ma questo terrorismo lo lasciamo da parte, volevo parlarvi di un altro terrorismo, più insidioso, del quale dobbiamo essere consapevoli, per non soccombere ad esso. Sarebbe triste, perché
possiamo combatterlo facilmente e senza violenza. Di quale terrorismo voglio parlarvi? Vi faccio un esempio.
Un prestigioso (valutate voi) quotidiano nazionale oggi titola che "il ritorno alla dracma
costerebbe 11000 euro all'anno per ogni europeo". Prima di entrare nel merito, cerchiamo di capire di che cifra stiamo parlando. Non è semplice, perché non è semplice capire cosa si
intenda per Europa: di Europe oggi ce ne sono tante, tutte fasulle (Unione Europea, Eurozona), tranne una, quella che c'è sempre stata (almeno in tempi storici). Ma supponiamo che trattandosi di
euro l'autore dell'articolo, Ettore Livini, intenda riferirsi all'eurozona. Dunque: secondo i World Development Indicators la popolazione dell'eurozona nel 2010 era di 331.675.464 abitanti (diciamo 332 milioni). Se li moltiplichiamo per 11.000 euro, il
risultato è 3.648.430.108.771 euro, cioè 3648 miliardi di euro, cioè... cioè, per capirci, una volta e mezzo il Pil della Germania! Per di più "all'anno", senza specificare per quanti anni...
Ehi, amico!? Ma ti rendi conto di cosa stai dicendo? Salvare la Grecia ci costerebbe una volta e mezzo il Pil della Germania? Ma la Germania è grande più di 10 volte la Grecia, in termini di Pil!
Da dove salta fuori 'sta moltiplicazione per dieci?
Aspetta, te lo dico in un altro modo, per capirci. Se i cittadini dell'eurozona volessero comprarsi l'intera Grecia, questa costerebbe loro un po' più di 800 euro a testa, da pagarsi in un'unica
soluzione. Sì, perché sai, tu sei un giornalista, hai studiato altre cose, ma la Grecia rimane pur sempre un 3% o giù di lì del Pil dell'eurozona. Ma come può venirti in mente che la sua uscita
provochi uno sconquasso delle proporzioni che tu dici?Sai, stai parlando di una cosa seria, di una cosa che preoccupa la gente, pensaci, verifica, lo so che vai di fretta (sapessi io), ma ci
vorrebbe un po' di responsabilità...
Ma io lo sapevo da dove veniva quel numero. Lo sapevo anche prima di leggere l'articolo, perché, come vi ho più volte detto, sto organizzando un convegno scientifico dal titolo:"The Euro: manage it or leave it! The economics, social and political costs of crisis exit
strategies". Sono arrivati tanti lavori, di economisti tedeschi, belgi, irlandesi, spagnoli, portoghesi, greci, italiani, polacchi, cechi, insomma, un po' di tutto, e da organizzatore
del convegno devo leggere tutti questi lavori per organizzare le sessioni.
Ora, il lavoro di un collega tedesco molto preparato, Ansgar Belke, si occupa proprio degli scenari di
uscita, distinguendo fra uscita di un paese "debole" (come la Grecia) e di un paese "forte" (come la Germania). E leggendolo sono venuto a conoscenza dello studio dell'UBS che Repubblica prende
come base della sua incredibile asserzione. Lo studio è qui e potete leggerlo
tutti. Cosa dice questo studio? Dice che
"a seceding country would have to expect a cost of EUR9,500 to EUR11,500 per person when seceding from the Euro area." Cioè:
1) il costo verrebbe sostenuto dal paese che esce (la "seceding country"); e
2) nel primo anno ("when seceding").
Quindi non dice, come riporta Repubblica: "Italiani e spagnoli, ha calcolato Ubs un anno fa, pagherebbero tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa all'anno per l'addio all'euro di Atene." No. Quello
che UBS dice è che italiani e spagnoli pagherebbero (separatamente) questa somma per il loro eventuale addio all'euro, cioè, rispettivamente per il ritorno alla lira o alla peseta, senza che
questo evento coinvolga (o almeno non per un ammontare simile) tutti i cittadini dell'eurozona!
E ancora, ci sono parecchi dettagli da aggiungere.
Il primo è che lo studio UBS in effetti fornisce una stima in termini di Pil: secondo lo studio,la perdita sarebbe fra il 40% e il 50% del Pil per il paese che esce. Ci siamo? Siccome il Pil
Italiano è attorno ai 1500 miliardi di euro, e noi siamo circa 60 milioni, a ogni cittadinoitaliano (non a tutti gli europei), con questa logica, il ritorno alla lira costerebbe fra i 12.500 e i
10.000 euro nel primo anno (con altre "rate" intorno ai 3.000 negli anni immediatamente successivi, ma su questo lo studio non è chiaro).
Con i numeri della Grecia, il costo del ritorno alla dracma sarebbe invece fra i 10.000 e gli 8.000 euro per cittadino greco (non per tutti gli europei). Sono sempre molti, ma non sono 11.000,
non sono per tutti i cittadini europei, e sono solo per il primo anno.
La capite, la differenza, no? Quindi chissà perché qualcuno non la capisce...
Poi, c'è un ulteriore dettaglio da aggiungere. Lo studio dichiara che i modelli economici non sono uno strumento utile per effettuare analisi così radicali, e che secondo lui lo scenario più
appropriato non sarebbe quello della "rottura" dello SME credibile (la svalutazione del 1992-93, che fu attorno al 20%), ma uno scenario argentino, con svalutazioni attorno al 60%.
Quanto dilettantismo...
Perché, vedete, la logica sottostante alla svalutazione argentina di fine 2001, o a quella italiana di fine 1992, è esattamente identica: cambiano solo i numeri. In entrambi i casi il cambio
nominale si svalutò di quanto era necessario per recuperare il differenziale di inflazione cumulato rispetto al paese "core", secondo il modello economico detto della parità relativa del potere
d'acquisto, il quale stabilisce appunto che il cambio nominale tende a "recuperare" quello che il differenziale di inflazione ha fatto perdere al paese "satellite" rispetto al paese "nucleo".
Vi faccio un esempio.
Nel 1992 l'Italia aveva mantenuto il cambio sostanzialmente fisso rispetto al marco tedesco per i cinque anni precedenti (il cosiddetto Sme credibile). Nello stesso periodo aveva avuto in media 4
punti di inflazione in più della Germania. Siccome 5x4=20, il cambio nominale dovette svalutarsi del 20% per rendere i prodotti italiani nuovamente competitivi (cioè: la valuta si deprezzò più o
meno esattamente di quanto si erano complessivamente "apprezzati" i prodotti italiani rispetto a quelli tedeschi, ovvero di circa il 20%, cioè del 4% all'anno per 5 anni. Ai fini matematici e
astrofili dilettanti segnalo che sto facendo un calcolo approssimativo e ne sono consapevole: il 4% all'anno per 5 anni non dà il 20% ma il 21.6%). Tutta la storia è raccontata in dettaglio
qui, rispondendo a un altro, ben
più illustre, terrorista (che, non a caso, è anche uno di quelli che "la moneta si crea col mouse"... Ma dove si compra 'sto mouse?).
Nel 2001 in Argentina la svalutazione fu ben più importante: toccò addirittura il 200%. Ma un motivo c'era, ed è molto semplice: il differenziale di inflazione cumulato rispetto agli Usa nel
decennio durante il quale il cambio col dollaro era stato fisso (un peso=un dollaro) era molto più importante (vedi tabella n.1). I dati, tratti dalle International Financial Statistics, sono
qui, così come li presento, nella loro verità, ai miei studenti (mi hanno anche rimproverato questo, alcuni stralunati commentatori: non ci crederete, ma in privato mi hanno scritto che devo
stare attento a dire la verità sul blog, perché i miei studenti potrebbero leggerlo!):
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| Tabella n.2 |
Non c'è nessuna possibilità di riformare dall'interno
il sistema antidemocratico e vessatorio che regge l'Unione Europea,sistema che inevitabilmente ci condurrà alla bancarotta.
Questa é
l'Europa delle banche e non dei popoli.
Siamo contro l'Europa che ci sta distruggendo come popolo e nazione,contro il mondialismo massonico e finanziario,contro la prezzolata opera di disinformazione dei media,contro i servi politici
del potere usuraio,contro il Sistema ed il falso Antisistema,contro questa democrazia fasulla.
Ogni nostra iniziativa,intento e opera di divulgazione mira al recupero della sovranità politica,economica e monetaria che ci son state confiscate a favore della finanza internazionale.
https://www.facebook.com/groups/noeuropa/
http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-cosa-e-il-simec-116057254.html
http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-partecipa-all-assemblea-nazionale-dell-associazione-riconquistare-la-sovranita-116776018.html
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