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MONETA ,BANCHE, VARIE

Monday 20 may 2013 1 20 /05 /Mag /2013 18:23

Allarme rosso: stanno per “mangiarsi” le nostre banche, prosciugando i conti correnti a tutto vantaggio dei colossi della finanzia mondiale. Ossigeno e denaro vero – il nostro – per tamponare la maxi-falla di Wall Street. Lo lascia intendere il nuovo piano di “salvataggio” messo a punto dal Canada, che prevede che in caso di crisi ai risparmiatori sia prelevato il denaro sul conto, lasciando loro solo un pugno di azioni-spazzatura. Lo afferma il professor Michel Chossudovsky, professore emerito di economia all’università di Ottawa e direttore del centro ricerche sulla mondializzazione “Global Research”. La ricapitalizzazione delle banche cipriote? Solo un prova generale di quello che ci attende. E’ possibile prevedere un “furto dei risparmi” in seno alla Comunità Europea e in Nord America in grado di portare alla confisca completa dei depositi bancari? E’ quello che starebbe per succedere a livello planetario, grazie a una manovra che coinvolge la banca centrale del Canada, Wall Street, la Goldman Sachs, il Fmi e la Bce. 

Cipro come semplice test? Sull’isola mediterranea il sistema dei pagamenti è stato completamente perturbato, provocando l’affondamento dell’economia Michel Chossudovskyreale: pensioni e salari non vengono più erogati e il potere d’acquisto si è inabissato. La popolazione cipriota, un milione di persone, è stata impoverita. E le piccole e medie imprese rischiano il fallimento. Che cosa succederà se si “rasa” in questo modo il sistema bancario dagli Stati Uniti al Canada, fino all’Unione Europea? Secondo l’Iff, l’Institute of International Finance, con sede a Washington, «l’approccio cipriota che consiste nello sfruttare i depositi e i crediti quando lebanche sono in situazione critica diventerà probabilmente un modello per fare fronte ai crolli in Europa». Attenzione: «I potenti attori finanziari che hanno innescato la crisi bancaria a Cipro – avverte Chossudovsky – sono anche gli architetti delle misure di austerità socialmente devastanti imposte in seno alla Unione Europea e in America del Nord».

Domanda: Cipro è un modello o uno scenario? Ovvero: questi importanti attori della finanza hanno delle “lezioni da impartire” che possono essere applicate a uno stadio ulteriore della situazione bancaria dell’Eurozona? Sempre secondo l’Iff, “attaccarsi ai depositi” potrebbe diventare la “nuova norma” di questo progetto diabolico, utile agli interessi dei gruppi finanziari mondiali. Fmi e Bce approvano. E per i portavoce dell’élite finanziaria, «sarà opportuno per gli investitori considerare le conseguenze a Cipro come un riflesso del modo in cui le future tensioni saranno trattate». Si tratta di un clamoroso processo di “pulizia finanziaria” mondiale, spiega Chossudovsky, attraverso cui le banche europee e nordamericane “troppo grosse per fallire” (Citigroup, Jp Morgan Chase e Goldman Sachs) contribuiscono a Cipro protestedestabilizzare le istituzioni finanziarie di dimensioni inferiori con l’obiettivo di prendere presto o tardi il controllo di tutto il sistema bancario.

Si tende quindi a centralizzare e concentrare il potere bancario, processo che comporta il vistoso declino dell’economia reale. Le ricapitalizzazioni, spiega Chossudovsky in un intervento ripreso da “Come Don Chisciotte”, sono già state previste in passato in numerosi paesi: in Nuova Zelanda un “piano di attacco” era stato progettato nel 1997, in parallelo alla crisi finanziaria asiatica. Esistono precise clausole sulla confisca dei depositi nei paesi anglosassoni, in base a cui i fondi delle banche in difficoltà sarebbero trasformati in “capital action”: «Questo significa che il denaro confiscato dai conti bancari sarà utilizzato per rispondere agli obblighi finanziari della banca in difficoltà». In compenso, i detentori dei depositi bancari confiscati diventerebbero azionisti di una istituzione finanziaria incrisi al limite del fallimento: «Dall’oggi al domani, i risparmi saranno trasformati in un concetto illusorio di proprietà di capitale».

La confisca dei risparmi sarà adottata sotto la forma di “compensazione” fittizia in azioni. Si prevede l’applicazione di un processo selettivo di confisca dei depositi bancari con il fine di coprire i debiti provocando la scomparsa delle istituzioni finanziarie “più deboli”. Negli Stati Uniti, la procedura eluderà le clausole della Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), che assicura i titolari di depositi contro i fallimenti bancari. Nessuna eccezione è prevista per i “depositi assicurati” degli Stati Uniti, inferiori ai 250.000 dollari. «Difficilmente può trattarsi di una omissione, dal momento che ad emettere questa direttiva è la stessa Fdic, una compagnia di assicurazioni sostenuta dai premi pagati dalle banche private». La direttiva si chiama “processo di risoluzione”, definita come un piano “da applicarsi in caso di fallimento di un assicuratore”. La sola menzione dei “depositi assicurati” è legata alla legislazione vigente nel Regno Unito e che la direttiva firmata da Fdic e Bank of England qualifica inadeguata, intendendo che deve essere modificata se non superata. E i titolari del deposito? Non Jim Flahertysono eleggibili alla copertura dell’assicurazione, «perché viene data loro una falsa compensazione».

La dichiarazione più candida della confisca dei depositi bancari come mezzo di “salvataggio delle banche”, continua il direttore di “Global Research”, è formulata in un documento pubblicato recentemente dal governo canadese, il “Piano d’azione economica 2013. Occupazione, crescita e prosperità a lungo termine”, presentato al Parlamento dal ministro delle finanze Jim Flaherty il 21 marzo 2013. Una sezione del rapporto, intitolata “Instaurare un panorama di gestione dei rischi per lebanche nazionali importanti a livello di sistema”, identifica la procedura di ricapitalizzazione per le banche commerciali canadesi. Il termine “confisca” non è menzionato, e il gergo finanziario «serve a oscurare le vere intenzioni, che consistono essenzialmente nell’impossessarsi dei risparmi dei cittadini», in virtù del progetto canadese di “gestione dei rischi”. Stessa musica: con procedura speciale, le banche sarebbero ricapitalizzate tramite una conversione-lampo, in fondi propri regolamentari, di diverse “passività”. Ovvero: i soldi che la banca deve ai propri clienti depositari sarebbero confiscati in cambio di azioni “carta straccia”, data la situazione di crisi dell’istituto di credito.

Le risorse confiscate, aggiunge Chossudovsky, saranno in seguito utilizzate dalla banca per onorare i propri impegni con le grandi istituzioni finanziarie creditizie. «In altre parole, questo piano è una “rete di sicurezza” per le banche “troppo grosse per poter fallire”, un meccanismo che permetterebbe loro, in quanto istituti di credito, di eclissare le istituzioni bancarie di dimensioni minori, casse di risparmio incluse, contribuendo al loro declino e assumendone il controllo». Il programma di gestione di rischio e di ricapitalizzazione è cruciale per tutti i canadesi: una volta adottato dalla Camera dei Comuni nel quadro della finanziaria, le procedure di ricapitalizzazione potranno essere applicate dal governo conservatore. Il pericolo non è considerato imminente, date le forti perdite che il sistema bancario canadese ha accumulato coi “derivati” di Wall Street, ma i timori si concentrano sul prossimo futuro: le cinque maggiori banche – Banque Royale du Canada, Td Canada Trust, Banque Scotial, Banque de Montreal e Cibc, con potenti associate che operano nella finanza statunitense – Banque Royale du Canadaconsolideranno la loro posizione a discapito delle altre banche e delle istituzioni finanziarie minori, quelle che sostengono l’economia reale.

La strada sembra segnata: concentrare i grandi capitali in pochissime mani. «C’è un importante circuito di oltre 300 casse di risparmio e di credito e dibanche di credito cooperativo a livello provinciale – spiega Chossudovsky – che potrebbe essere il bersaglio delle operazioni selettive di “ricapitalizzazione”». Nel mirino le regioni-chiave dell’economia canadese e quelle più interne, dal Quebec all’Ontario, da Vancouver all’Alberta. Si chiama Credit Union Central of Canada: sono organismi finanziari vitali, spesso cooperativi e su scala provinciale, che «hanno una relazione di governance con i loro membri e offrono attualmente una alternativa ai cinque grandi istituti bancari». Cadranno presto, perché anche il Canada ha deciso che la ristrutturazione del suo sistema bancario sarà “allineata alle riforme apportate in altri paesi e alle principali norme internazionali”. Non lascia dubbi il modello di confisca dei depositi suggerito nel documento del governo: è conforme a quello delineato negli Stati Uniti e nell’Unione Europea.

Ad oggi, precisa Chossudovsky, questa ipotesi è un “punto di discussione” (a porte chiuse) nei diversi summit internazionali che riuniscono i governatori delle banche centrali e i ministri delle finanze. Benché presieduto dal governatore della banca centrale del Canada, Mark Carney, che il governo britannico ha recentemente nominato capo della Banca d’Inghilterra, l’ente supremo di regolamentazione è il Csf, Consiglio di Stabilità Finanziaria, con sede in Svizzera. Carney ha giocato un ruolo-chiave nell’elaborazione delle clausole di ricapitalizzazione per le banche canadesi. E prima di approdare nel mondo delle banche centrali, aggiunge il direttore di “Global Research”, lo stesso Carney era membro del direttivo della Goldman Sachs, dove «ha svolto un ruolo nei retroscena per la creazione dei piani di salvataggio e delle misure di austerità nell’Unione Europea». Tutt’altro che rassicurante il mandato del Csf: coordinare le procedure di ricapitalizzazione, insieme alle Mark Carney“autorità finanziarie nazionali” e gli “organismi internazionali di normalizzazione”, fra cui il Fmi.
 
Nei piani di salvataggio, il governo trasferisce una porzione significativa dei proventi dello Stato alle istituzioni bancarie in crisi. Negli Stati Uniti, ricorda Chossudovsky, nel 2008-2009, un totale di 1450 miliardi di dollari è stato convogliato alle istituzioni finanziarie di Wall Street nel quadro dei piani di salvataggio di Bush e Obama. Piani considerati de facto come delle spese governative, e che necessitano del clima di emergenza che produce misure di austerità: «I piani di salvataggio come il drammatico incremento delle spese militari sono finanziati dalla riduzione draconiana dei programmi sociali, come Medicare, Medicaid e della sicurezza sociale». Contrariamente al piano di salvataggio, finanziato dal Tesoro pubblico, la “ricapitalizzazione” implica invece la confisca (privata) dei depositi bancari, senza quindi l’utilizzo di fondi pubblici.

All’inizio del primo mandato di Obama, gennaio 2009, era stato annunciato un piano di salvataggio bancario da 750 miliardi di dollari, che si aggiungeva a quello di altri 700 miliardi, creato dall’amministrazione Bush. In tutto, i due programmi raggiungono la somma astronomica di 1.450 miliardi di dollari finanziati dal Tesoro degli Stati Uniti. A questa somma si aggiungeva il peso stupefacente allocato per il finanziamento dell’economia di guerra di Obama (2010), 729 miliardi di dollari. I piani di salvataggio, insieme alle spese della difesa (2189 miliardi di dollari) inghiottirono dunque la quasi totalità degli introiti federali, che si dimensionarono sui 2381 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2010. Conclusione: «Quello che sta succedendo è che i salvataggi bancari non funzionano più». O meglio: ci si sta orientando verso il “prelievo forzoso” del risparmio privato. «Gli strati sociali a basso e medio reddito, invariabilmente indebitati, non saranno le vittime principali. L’appropriazione dei depositi bancari colpirà essenzialmente dalle classi medio alte in su, che possiedono depositi bancari panicosignificativi. I conti bancari dei piccoli e medi imprenditori saranno colpiti in seguito».

Questa transizione, sostiene Chossudovsky, fa parte della crisi economica e della criticità soggiacente alla applicazione delle misure di austerità. «L’obiettivo degli attori finanziari internazionali è quello di annientare i concorrenti, di consolidare e centralizzare il potere bancario, di esercitare un controllo preponderante sull’economia reale, le istituzioni governative e l’esercito». Anche se i piani di ricapitalizzazione fossero regolamentati e applicati in maniera selettiva a un numero limitato di istituzioni finanziarie in difficoltà, «l’annuncio di un programma di confisca dei depositi potrebbe portare a una “rovina generale delle banche”». Al punto che, in questo contesto, «nessuna istituzione bancaria è al sicuro». Ipotesi apocalisse: «L’applicazione (anche locale e selettiva) delle procedure di ricapitalizzazione che comportano la confisca dei depositi creerebbe un caos finanziario. Interromperebbe i processi di pagamento, i salari non sarebbero più versati, né sarebbero disponibili risorse per gli investimenti per le fabbriche e per le infrastrutture, il potere di acquisto crollerebbe, le piccole e medie imprese sarebbero costrette al fallimento».

Se la ricapitalizzazione fosse messa in opera in seno all’Unione Europea e nell’America del Nord, darebbe inizio a una nuova fase di crisi finanziaria mondiale, perché intensificherebbe la depressione economica e la centralizzazione bancaria e finanziaria come quella del potere imprenditoriale nell’economia reale, a scapito delle imprese locali e regionali. In seguito, tutto il circuito bancario mondiale – transazioni, depositi e prelievi – senza contare le perturbazioni sistemiche sulle transazioni monetarie sui mercati di Borsa e la borse delle merci. «Le conseguenze sociali sarebbero devastanti: l’economia reale cadrebbe in seguito al crollo del sistema dei pagamenti», fino a minacciare il sistema monetario mondiale integrato e provocare «un nuovo tracollo economico e, di conseguenza, un ribasso del commercio internazionale delle merci». Conclude Chossudovsky: «E’ importante che i cittadini europei e nordamericani agiscano fermamente a livello nazionale e internazionale contro questi intrallazzi diabolici dei loro governanti, che operano per conto degli interessi finanziari dominanti con il fine di creare un processo selettivo di confisca dei depositi bancari».

Tratto da: libreidee.org
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Friday 17 may 2013 5 17 /05 /Mag /2013 11:48

L'euro non è una moneta è un sistema politico oloigarchico per meglio depredare i popoli. Claudio Marconi

euro cappio

La Polonia ha deciso di non entrare nell’euro. Troppi rischi, e il popolo non capirebbe. Il vero rischio è di diventare presto come la Grecia, la Slovenia e Cipro, in reale default. Meglio vivi fuori che morti dentro. In tutta Europa, ad ogni elezione, salgono in modo esponenziale i partiti anti-Euro o anti-Europa. Per due motivi identici. Il primo è che l’euro è diventato una trappola a vantaggio, momentaneo, solo di un paese, la Germania. La Francia aveva creduto di spartire l’impero con i tedeschi, ma si stanno ricredendo, man mano si va avanti. Nel frattempo però si sono mangiati tutto l’agroalimentare del nostro paese (Buitoni, Mulino Bianco, Parmalat, Cirio, Algida, le Maison di moda, tutte le acque minerali, ecc.), l’Alitalia e alcune banche (prima la Banca Nazionale del Lavoro per quattro soldi, alcune banche venete, che avevano già racimolato una serie di Casse di Risparmio del centro-sud dell’Italia, e tra poco, essendo in pole position, il MPS). E un po’ di Spagna. Con un ministro delle finanze che ha precisato che l’esecutivo non ha nessuna intenzione di privatizzare le società in cui lo Stato ha una quota di maggioranza. 

Il secondo motivo è che un’ Europa al limite della dittatura tecnocratica di persone non elette né designate almeno dal Parlamento Europeo, eletto invece a suffragio universale, diventa democraticamente debole. Sono tecnocrati e banchieri che hanno imprigionato il sogno di una Europa Unita come comunità alla ricerca di armonizzazione, soprattutto nei suoi valori storici come le conquiste sociali, e finalmente contro la storica guerra intestina. 

Questi emeriti imbecilli (e i politici che li hanno seguiti) hanno trasferito “la guerra” sul piano economico e bloccato la storia per almeno mezzo secolo. Cancellandoci, tra l’altro, dallo scacchiere economico mondiale a tutto vantaggio degli Stati Uniti. 

Anzi facendo ideologicamente un punto d’onore ad abolire il sociale il prima possibile, riportando l’Europa a una situazione economica depressiva pre-seconda guerra mondiale, con una disoccupazione disastrosa e con pulsioni nazionalistiche pericolose perché coniugate alla miseria e alle sue prospettive peggiori. 

Oskar Lafontaine, tra i padri fondatori dell’euro, cambia radicalmente la sua posizione e ne chiede la dissoluzione per evitare un disastro economico e sociale. Esprime tutte le sue perplessità nei confronti di quella che definisce “catastrofica moneta”. Lafontaine ammonisce che “la situazione economica sta peggiorando di mese in mese, la disoccupazione, in Europa, ha raggiunto un livello che mette in discussione sempre più le strutture democratiche”. Eppure la Linke perde consensi. 

In più, alle prossime elezioni tedesche sta crescendo in modo esponenziale un nuovo partito, Alternative für Deutschland , che molto probabilmente supererà anche lui il 25%. Non è anti Europa, ma federalista e propone, oltre l’uscita dall’euro, la salvaguardia e la dignità democratica dei popoli che la compongono; che le banche paghino i loro errori e i debiti non con i nostri soldi; il ritorno al marco o a un paniere ragionato. Ribadiscono profondamente il valore sociale della convivenza e del welfare. Vuole spazzare via la tecnocrazia europea imperante e gestita dai vari club al limite della massoneria, come Bilderberg. Ribadiscono il valore assoluto della democrazia dei e nei partiti e quello del referendum popolare. Ribadiscono che i partiti non sono le istituzioni. 

Il Fronte Nazionale francese della Le Pen, in forte ascesa (dato ormai a più del 20%), ha chiesto a Hollande un referendum, da organizzare in gennaio 2014, per una “uscita della Francia dall’Unione Europea”, e di ripristinare la Costituzione francese, cioè quella di prima del Trattato di Lisbona. Trattato disapprovato in Francia con referendum, ma comunque oggi con la loro Costituzione sgretolata da Bruxelles come da noi. Il grimaldello è stato il fiscal compact. Storicamente, sulla democrazia i francesi sono quelli che scherzano di meno. Ma che questa debba essere cavalcata da fascisti xenofobi diventa paradossale ! Purtroppo, in Europa una sinistra anti-capitalista è ormai inesistente. 

Stessa situazione in Gran Bretagna dove il partito anti-europeista di Nigel Farace ha appena ottenuto il 23% (era al 3% cinque anni fa) alle amministrative a livello nazionali, spingendo la destra dei conservatori di Cameron al governo a chiedere anche loro un referendum sull’uscita, non dall’euro perché non sono mai voluti entrare, ma dall’Unione. 

Non parliamo dell’Italia dove alle ultime elezioni politiche, un movimento, che aveva almeno il decoro di voler ridiscutere sull’euro e sulle condizioni di appartenenza all’Unione, ha ottenuto il 26% a furor di popolo. 

In Grecia l’esempio è Syriza con più del 20% e sicuramente in crescendo. 

In Slovenia sta avvenendo la stessa cosa. Era l’area più ricca della ex Jugoslavia. È stato il primo Paese dell’Est Europa ad adottare l’euro nel 2007. Sono passati solo sei anni e sono già pronti a cadere nella trappola degli usurai di Bruxelles e Berlino. Non solo, ma la Commissione chiede l’introduzione del fiscal compact in Costituzione e l’abolizione dell’istituto referendario (non si sa mai!). Certo che la gente non ci sta e chiede nuove elezioni. Oggi sul noto concetto dell’urgenza governano insieme centrosinistra e conservatori sulle stesse proposte. Ma le proposte del cartello della troika sono sempre le stesse, riguardano l’eliminazione a termine del sociale. 

La domanda è perché tutti i paesi in difficoltà, casualmente, conoscono il medesimo ciclo? Adozione valuta unica – Collasso bilancia dei Pagamenti e dell’economia produttiva – Arrivo massiccio di capitali esteri, essenzialmente tedeschi o francesi (all’inizio), che finanziano e consentono le Bolle Immobiliari ed Azionarie – Collasso – Richiesta dell’Eurogruppo di misure suicide di Austerity fatte pagare al malcapitato e mai alle banche, tantomeno tedesche – Progressiva fuga dei capitali – Il paese di turno in profonda recessione e con crescita record della disoccupazione e della povertà. Aumento indefinito del debito. Iper-arricchimento del 7% della popolazione. E’ una trappola o un sistema imperiale? 

Semplice, l’euro sottintende un’impostazione ideologica, pari nel disastro a quella sovietica, per la quale gli Stati non devono occuparsi di politica economica e tutto ciò che è richiesto per far funzionare il sistema è uno strumento oligarchico e tecnico e una banca centrale, indipendente dalla politica e quindi dalla democrazia, che si occupi teoricamente di controllare l’inflazione a tutti i costi, anche da macelleria sociale. Il disastro di oggi è semplicemente il risultato di questa ideologia. Molti sono ancora convinti di no e che non ci sia alternativa. Però sembra che i popoli si stiano svegliando da soli, con motivi un po’ diversi, ma in una unica direzione, con ripristino della democrazia partecipata e senza la “sinistra” storica e radicale. 

Scritto da: Hraska - Fonte: cambiailmondo.org

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Thursday 16 may 2013 4 16 /05 /Mag /2013 12:35

Suscita sempre molto scalpore e  indignazione pensare che una banca italiana, il Monte dei Paschi di Siena, sia stata salvata con i soldi dei contribuenti italiani, appositamente spremuti di tasse. Tanto più se si considera che questi soldi, il più delle volte, sono denari tolti  a persone che non ne hanno, soprattutto in questo periodo di crisi.

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Nei mesi scorsi, magari da parte di chi cavalca l'onda dell'emotività, è stato detto che il gettito dell'Imu sulla prima casa, tanto discusso in questi giorni, sia servito proprio per il salvataggio del Monte Paschi. Cosa che,  evidentemente, costituisce una mezza verità, essendo, quell'imposizione fiscale, non una tassa di scopo e men che meno soggetta a vincolo di destinazione. Banalizzando, possiamo dire che quando si pagano le tasse,   queste finiscono in un "salvadanaio" e il governo "decide" poi come utilizzare queste risorse, il più delle volte in maniera sbagliata e talvolta clientelare.  Nel caso specifico, il governo ha ritenuto opportuno  destinare 4 miliardi di euro al salvataggio del Monte Paschi. Giusto  o sbagliato che sia, tanto è. Chi segue questo sito  saprà che, in questi pixel, si è molto discusso a proposito del MES e dei soldi versati dall'Italia ai vari piani di salvataggio europei e lo abbiamo fatto QUIQUIQUIQUI, eQUI. Ad oggi,  possiamo affermare che i soldi versati nei vari piani di salvataggio ammontano a circa 45 miliardi di euro. Poco importa sapere che questa enorme massa di denaro sia stata presa in prestito sui mercati, perché, è evidente, l'Italia non dispone(va) di queste risorse all'atto del versamento. Quindi si sono contratti dei prestiti, sui quali, lo stato (ossia il contribuente), dovrà pagare gli interessi in base alle dinamiche dei tassi a cui è stata esposta l'Italia all'atto dell'emissione dei titoli che hanno consentito la raccolta di risorse successivamente versate nei salvataggi. Volendo giungere ad una quantificazione dell'impatto che avranno in 45 miliardi di euro in termini di interessi corrisposti ai finanziatori, potremmo agevolmente affermare che questi incideranno per ben oltre 2 miliardi all'anno, almeno fino a quando i titoli già emessi non verranno rimborsati e sostituiti con nuove emissioni a tassi più contenuti dei precedenti, sempre che ce ne sia occasione.  Una cifra enorme che pesa sulla testa di ogni italiano, di oggi, e di domani. Ma se vi siete indignati per il salvataggio del Monte Paschi, spero che abbiate il cuore abbastanza forte per sapere che questi soldi sono stati versati per salvare le banche spagnole attraverso il fondo salva stati ESM, nell'occasione, appositamente intervenuto nella veste di fondo salva banche.  E i dati ce li fornisce proprio  l'ESM  in una nota che potete trovare QUI
Nel documento si legge che, già dal luglio 2012, l'Eurogruppo ha accordato  aiuti finanziari al settore bancario della Spagna a seguito di una richiesta ufficiale da parte del governo spagnolo. Gli aiuti  erogati sono circa 39.5 miliardi di euro e sono stati  forniti al Fondo de Restructuración Ordenado Bancaria (FROB), il fondo di ricapitalizzazione delle banche del governo spagnolo, e poi canalizzati agli istituti finanziari interessati: BFA-Bankia, Catalunya-Caixa, NCG Banco, Banco de Valencia, Banco Mare Nostrum, Banco Ceiss, Caja 3 e Liberbank, oltre che alla SAREB.
L'obiettivo è quello di ricapitalizzare il settore bancario spagnolo e ripristinare la fiducia del mercato in Spagna.
Il contributo concesso dall'Eurogruppo - si legge - è progettato per coprire il deficit stimato dei requisiti di capitale con un ulteriore margine di sicurezza, che coprirà le esigenze di finanziamento fino a € 100 miliardi. 
L'assistenza finanziaria concessa alla Spagna è subordinata al perseguimento di piani di ristrutturazione del sistema bancario  e saranno inoltre realizzate  riforme relative alla governance, alla vigilanza e alla regolamentazione del settore finanziario. In parallelo, la Spagna dovrà rispettare pienamente gli impegni e gli obblighi derivanti procedura per i disavanzi eccessivi e le raccomandazioni per affrontare gli squilibri macroeconomici, nel quadro del semestre europeo.
Questi sono i presti erogati dal fondo ESM alle banche spagnole.

A proposito dei soldi versati al Mes, per quanto riguarda il nostro paese, come abbiamo già detto in precedenza, c'è da dire che l'Italia partecipa al capitale del fondo per un totale di 125 miliardi, di cui 14.29 in paid-in, e gli ulteriori, eventualmente, a chiamata da corrispondere entro una settimana.
Dei 14.29 miliardi, l'Italia ha già versato poco meno di 9 miliardi e i rimanenti dovranno essere versati in ulteriori due tranche, entro la fine del 2013 e inizio 2014, salvo ulteriori versamenti per la quota a chiamata.
Ma mentre gli italiani si stanno dissanguando  per salvare gli altri - prime fra tutte le banche spagnole verso le quali la Germania ha forti esposizioni -  nel frattempo, sempre in Italia:
  • non si trovano i soldi per finanziare la Cassa Integrazione;
  • le tasse hanno già oltrepassato i limiti dell'esproprio;
  • verosimilmente ci dovremmo subire l'aumento dell'Iva dal prossimo luglio;
  • non possiamo abolire l'IMU sulla prima casa senza che queste risorse non vengano recuperate da altri  gettiti tributari, al fine di garantire gli stessi saldi;
  • non possiamo pagare le nostre aziende fornitrici della PA che falliscono a centinai di migliaia; 
  • dobbiamo salvare le nostre banche, oltre che quelle spagnole;
Questo, solo per citare alcune criticità ancora   in attesa di soluzione. Ma la lista è ancora molto lunga.
Scritto da: Paolo Cardenà - Tratto da: vincitorievinti.com
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Tuesday 14 may 2013 2 14 /05 /Mag /2013 15:53

Il sistema-paese soffre di arretratezza tecnologica e infrastrutturale, di inefficienza e dispendiosità della macchina amministrativa, di lentezza e corruzione di quella giudiziaria, di costi elevati di una politica e di una burocrazia ampiamente parassitarie, per non parlare dell’influenza istituzionale della criminalità organizzata e, ovviamente, della insostenibile pressione fiscale.

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Il male di fondo, quello che toglie i mezzi anche per affrontare gli altri mali, e da cui direttamente dipendono insolvenze, fallimenti, licenziamenti, crollo di speranza, investimenti e consumi, è però un altro, ossia la carenza di mezzi monetari, il costo eccessivo (rispetto ai paesi competitori) del denaro, le difficoltà ad ottenere credito. Una carenza crescente, sempre crescente, che, attraverso la deflazione, rende sempre più oneroso, difficile o impossibile, il pagamento degli interessi e dei debiti. E delle imposte. E dei contributi. Non dimenticate che la Corte dei Conti ha rilevato che molti enti pubblici sono morosi di parecchi miliardi di versamenti contributivi all’Inpdap-Inps. Corre voce, probabilmente gonfiata, che questa mina esploderà presto.

Immaginiamo una pozza in cui l’acqua stia calando lentamente progressivamente. I pesci rossi, gialli e verdi boccheggiano. Perché cala l’acqua nella pozza? In parte evapora, in parte defluisce seguendo rigagnoli, in parte – la parte maggiore – si raccoglie in una cavità nascosta sotto il fondo dello stagno.

I pesci non hanno più lo strumento della creazione di liquido e non possono usarlo per compensare l’acqua che se ne va. Hanno ancora lo strumento fiscale, con cui possono distribuire l’acqua diversamente tra pesci rossi, gialli, verdi – ossia, tra settore pubblico e privato, tra nord e sud – ma non possono trattenerla né rabboccarla. Anzi, le misure fiscali tendono a far aumentare la fuga dei liquidi e scoraggiano gli investimenti stranieri. La gente comune non ha ben chiaro che i soldi che lo Stato prende con imposte e con la lotta all’evasione sono soldi che semplicemente si spostano all’interno della pozza, ma non aumentano la quantità di liquidi disponibile, quindi non alzano il livello dell’acqua nella pozza, ma semmai accelerano il suo deflusso.

L’acqua che evapora sono quei capitali – miliardi di Euro – che si spostano all’estero e vengono investiti in modi tali da sottrarsi al fisco nazionale (vedi scandalo Offshore-Leaks: 32.000 miliardi di dollari scoperti sinora, ovviamente in ambito globale). L’acqua che defluisce nei rigagnoli sono i liquidi che vanno all’estero come pagamenti di interessi e capitali (disavanzo commerciale), come rimesse degli immigrati (pensiamo particolarmente ai cinesi), come trasferimenti netti a favore di UE, MES, etc

Su queste perdite di liquidi si può intervenire, ma solo marginalmente e non certo risolutivamente, anche perché per attrarre liquidità dall’estero mediante saldi attivi della bilancia commerciale, turismo e investimenti, dovremmo svalutare rispetto ai partners, ma questa opzione è preclusa dall’Euro, dalla cessone del controllo sui cambi. Il calo del livello dell’acqua continuerà inevitabilmente e mortalmente. Possiamo ritardare il calo, guadagnare qualche mese, ma non fermarlo, non cambiare l’esito, e l’esito è che i pesci moriranno uno dopo l’altro, sempre più velocemente. Lo stanno già facendo.

Diversamente dai pesci della pozza USA e della pozza del Sol Levante, noi non possiamo creare acqua per ristabilire il livello vitale, poiché anche questo potere l’abbiamo trasferito alla BCE, la quale, per statuto, non può fare interventi di questo tipo, che invece fanno la Fed con Obama e la BoJ con Shinzo Abe. La BCE e altri istituti internazionali ed esteri intervengono abbassando i tassi e dando denaro fresco alle banche e al settore finanziario, però questa liquidità non arriva, sostanzialmente alla pozza, ai pesci, all’economia reale – rimane dei circuiti finanziari, in impieghi che non pagano tasse nel Paese, perché le banche usano quei soldi non per prestiti all’economia reale, ma per chiudere buchi di bilancio (contenzioso sommerso) e per investimenti speculativi, più redditizi e sicuri in un’epoca di depressione con outlook sfavorevole. Anche i tassi rimangono alti e handicappanti nella competizione internazionale.

In conclusione, le possibilità di intervento sono scarse, marginali e nessuna è idonea a risanare la situazione e a rilanciare l’economia. Il dibattito attuale è quindi improduttivo.

Rimane l’acqua nascosta nella caverna sotto il fondo dello stagno. E la falla attraverso cui quell’acqua è finita nella caverna. E’ una falla causata da principi contabili errati, cioè non corrispondenti alla realtà economica, in materia monetaria e creditizia. Il concetto è estremamente semplice – così semplice, da risultare sfuggente, ma è oggettivo e verificabile. Si tratta di riuscire a riflettere sull’ovvio. Se si chiude la falla, migliorano drasticamente i bilanci delle banche commerciali, sia come conto economico, sia come stato patrimoniale; inoltre la erogazione dei crediti diventa molto più leggera patrimonialmente. Do per scontato che tutti sia noto che il sistema bancario opera attraverso un moltiplicatore, che gli consente di prestare un multiplo della raccolta – le banche non sono soltanto intermediari del credito, non si limitano a prestare la raccolta applicando una forbice sui tassi, ma creano liquidità – ecco perché il credit crunch è anche un liquidity crunch.

La falla consiste nel mancato rilevamento contabile, in conto di ricavo della banca, di una realtà economica oggettiva e fondamentale, ossia dell’acquisizione di potere d’acquisto (valore) da parte dei mezzi monetari – denaro primario e denaro creditizio, come assegni circolari, bonifici, lettere di credito, saldi attivi di conti correnti. I mezzi monetari non hanno un valore intrinseco non essendo fatti di metalli pregiati, né sono convertibili in metalli pregiati. Il loro valore, cioè il potere d’acquisto, non è prodotto dalla banca, ovviamente, la quale non produce beni reali; esso deriva dalla loro accettazione da parte del mercato, dal fatto che il mercato è disponibile a dare beni o servizi reali in cambio di essi, sebbene essi non siano beni reali. Essi quindi, nel momento in cui la banca li emette sotto forma di erogazione di credito o di acquisto diretto di titoli finanziari, assorbono o ricevono dall’esterno il valore, il potere di acquisto, e cessano di essere meri pezzi di carta o impulsi elettronici per divenire moneta. La banca preleva dal mercato, dalla generalità dei soggetti, un potere d’acquisto che essa non crea, e lo presta a un soggetto determinato, percependo da questo soggetto un interesse.

Orbene, questa trasformazione, questa acquisizione di valore, è un fatto economico reale, esattamente un ricavo della banca che emette la moneta primaria o quella creditizia. Un ricavo che, con i principi contabili vigenti, non viene contabilizzato. Conseguentemente abbiamo che la banca, quando eroga 100, dovrebbe, nel conto economico, registrare, a scalare:

ricavo da acquisizione di potere d’acquisto: + 100

costo da erogazione di potere d’acquisto: – 100

ricavo da acquisizione di credito: + 100

SALDO OPERAZIONE: + 100

Sotto gli attuali principi contabili, la prima registrazione non avviene, quindi il ricavo di 100 “sparisce” nella caverna sotterranea, non viene tassato, non si traduce in attivo patrimoniale, in possibilità di credito. Le sorti di questi ricavi non contabilizzati dovrebbero essere indagati. Probabilmente prendono la via di paradisi fiscali, dove riaffiorano, carsicamente, e sono impiegabili in operazioni speculative o in vantaggiosi investimenti reali.

Con questo concludo, ritenendo di aver perlomeno indicato in linee generali dove bisogna metter mano, se non si vuole sprofondare domani o fra una settimana nel buco nero dell’indebitamento. E di aver anche dimostrato la sostanziale impotenza, o il valore meramente dilatorio, delle altre opzioni sul tavolo. Da politici che non hanno le leve macroeconomiche non ha senso aspettarsi soluzioni.

Un’ultima osservazione: nel mondo l’aggregato del debito soggetto a interesse è di almeno 2 milioni di miliardi di Dollari, e l’aggregato degli interessi da pagare sicuramente supera i 100.000 miliardi, mentre il prodotto lordo globale arriva a 74.000 miliardi. Il servizio del debito esistente viene quindi pagato contraendo nuovo debito. Il mondo è un grande schema Ponzi, e non vedo altre vie che la riforma contabile suddetta, per prevenire che questo schema Ponzi scoppi in un global meltdown.

Scritto da: Marco Della Luna - Tratto da: marcodellaluna.info

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Saturday 11 may 2013 6 11 /05 /Mag /2013 16:50
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